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December
Volume 6
Issue 4
2008
JMP Letters
Residency Difference
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Lorenzo De Marchi, MD - Washington DC, USA
5 am, la sveglia suona come ogni giorno. Una puntata in bagno, caffè e via in macchina direzione Georgetown University Hospital. Da tre anni a questa parte, questo, con poche eccezioni, è il mio inizio di ogni giorno. Devo essere in ospedale per preparare la sala operatoria dove spenderò la giornata da Anesthesia Resident prima delle 6.30 orario in cui la lecture quotidiana incomincia e il Dr. Wall, il direttore del programma, è un tipo abbastanza rigido sulla puntualità. Ecco, se mi chiedete di comparare la mia precedente esperienza di specializzando in Anestesia e Rianimazione in Italia con la mia attuale, si comincia dal mattino. Ma a parte questo particolare (qui in America sembra che tutti o quasi abbiano l’orologio spostato un paio di ore indietro rispetto all’Italia) le differenze tra le due esperienze sono molte di più. Innanzi tutto diverso è il modo in cui tu accedi alla posizione. Invece del tipico concorso con graduatoria, come feci all’inizio della mia residency italiana, qui funziona ad interviste, veri e propri colloqui di lavoro. Tu mandi la tua “application” ai vari programmi a cui sei interessato ed essi, poi, decidono se convocarti se ti ritengono un candidato interessante. Ebbene, questa è la prima esperienza che qualcosa è cambiato da quando vestivi il camice corto (quello degli studenti in medicina per intenderci): partecipi ad un colloquio di lavoro in piena regola, in cui entrambe le parti devono mostrare il meglio di sè per risultare desiderabili ed alla fine quello che ne risulta è un contratto di lavoro in piena regola da firmare. Ma a questo punto voglio fare un passo indietro per spiegare meglio di cosa consiste la “post graduate education” o educazione post laurea come la chiameremmo noi. Negli Stati Uniti, se un ente, universitario o non, decide di avere un programma di residency in una determinate specialità deve prima ottenere l’accreditamento dall’ACGME (Accreditation Council for Graduate Medical Education). Deve cioè prima di tutto dimostrare che riuscirà a formare professionalmente residents nel modo richiesto da specifici curricula peculiari ad ogni specialità medica. Ogni specializzando è quindi sicuro che durante la sua residency, verrà esposto a determinate esperienze cliniche, compirà un certo numero di interventi e parteciperà ad un preciso numero di ore di didattica teorica. Per esempio nel mio caso di anestesista, alla fine dei miei quattro anni dovrò aver partecipato ad un certo numero di interventi di cardiochirurgia, di cesarei ecc. e, per documentarlo, alla fine di ogni mese, devo compilare un modulo di statistica riportando tutti i casi in cui ho partecipato ed eventuali tecniche particolari che ho utilizzato. Il tutto viene poi registrato e mandato all’ACGME insieme con una valutazione trimestrale del mio rendimento compilata da un comitato di Attendings (medici strutturati) del mio dipartimento. Per quel che riguarda la didattica, essa è suddivisa in una parte teorica sotto forma di lezioni, presentazioni di casi clinici, Journal club etc. ed in una pratica che comporta un insegnamento “sul campo” da parte degli Attendings che ti supervisionano. Questa parte generalmente combia come forma durante il tempo, passa cioè da una sorveglianza stretta al principio, ad una crescente autonomia man mano che le tue capacità cliniche aumentano. Questo, secondo me è evidentissimo soprattutto nel campo chirurgico dove l’equipe in sala operatoria si compone solitamente di uno strutturato, uno specializzando ed uno studente di medicina. In questa dinamica, lo specializzando si ritrova infatti ad avere una parte decisamente più “attiva” nella chirurgia agendo da secondo operatore anche su casi complessi. Con il crescere del suo grado (inteso come anno di specialità), egli si ritrova, sempre sotto la supervisione dello strutturato, ad approcciare in prima persona, passaggi critici dell’intervento. In questa situazione la scala gerarchica della sala operatoria è mossa di un gradino rispetto al modello che generalmente vedevo in Italia, in cui due strutturati aiutati da uno specializzando che “tirava” portavano a termine l’intervento e uno studente interno osservava (qui anche lui è generalmente coivolto in prima persona “lavandosi” per l’intervento e aiutando il resident a suturare nella fase finale della chirurgia). Ma quali sono le ragioni per cui un tale sistema può funzionare? Da un lato, come ho già detto prima, qui ti “devono” insegnare e devono farlo in un modo ben stabilito. I programmi di residency vengono infatti periodicamente sottoposti ad ispezioni ai fini del rinnovo dell’accreditamento. Se durante una queste vengono riscontrati dei problemi, il programma può anche essere messo in “prova”, e alla successive valutazione, perdere l’accreditamento ed i fondi ad esso connessi se non dimostra di essersi messo in regola. Inoltre, generalmente, molti dei medici che lavorano in ambiente accademico, hanno un sincero desiderio di insegnare e formare nuovi specialisti oltre ad interesse per la ricerca. A prova di ciò, basti pensare che molto spesso il loro salario è significativamente inferiore a ciò che percepirebbero con altri impieghi in ambienti, se così possiamo dire, privati. Tutto questo e ben diverso dalla mia precedente esperienza in Italia durante i miei quattro anni di specialità in Anestesia e Rianimazione, Infatti mi sembra che allora le cose che ho imparato siano state molto più dettate da “dove” ho fatto la specialità che da “cosa” fosse realmente importante per me per avere una più completa formazione. Il lavorare, per esempio, in un ospedale dove non esisteva la Cardiochirurgia, aveva limitato le mie conoscenze della specialità a pura teoria, spiegata in un paio di lezioni pomeridiane. Al contrario una rotazione di almeno 2 mesi con partecipazione ad almeno un minimo di 20 casi di sicuro non ha fatto di me un Cardioanestesista, ma se non altro mi ha chiarito di più le idée sulla materia. Durante la mia residency italiana ho avuto la fortuna di incontrare dei medici che sono stati per me dei veri e propri maestri. Persone che, con la loro passione e dedizione alla medicina, mi hanno trasmesso la loro esperienza e conoscenza. Ma ripensandoci sono portato ad affermare che ciò sia stato molto più dovuto al caso ed al mio desiderio di imparare rimanendo ttaccato a queste figure che ad una struttura chiara il cui obbiettivo fosse aiutarmi nella mia crescita professionale mettendomi a disposizione tutti gli strumenti necessari. Ovviamente non esiste un sistema o ospedale perfetto anche qui negli Stati Uniti ci sono problemi strutturali, ritardi, burocrazia, non tutti i medici con cui lavori sono dei grandi insegnanti o si interessano a te, ma la sensazione è che tu sei messo in un percorso ben preciso che devi affrontare. Le tappe da percorrere sono ben delineate e non ti sembra di vivere un periodo della tua vita in cui o non sei cosiderato nè carne nè pesce o, sei totalmente esposto in prima linea senza nessun supporto. La formazione post laurea, invece, deve essere per il giovane medico un periodo unico nella sua carriera professionale, un momento prezioso di grande crescita personale ed intellettuale e come tale, penso debba essere rispettato, favorito ed organizzato… …Settembre 2008, un anno è passato da quando ho cominciato a lavorare al Georgetown University Hospital come attending (strutturato). Adesso sono “dall’altra parte della barricata”, sono io che devo formare, supervisionandone l’operato, più o meno giovani specializzandi. Ogni giorno prima dell’inizio della sala operatoria discuto con i residents con cui lavorerò i problemi dei malati e quale anestesia o particolare monitoraggio è più adeguato per essi. Ogni giorno i residents guardano a me come colui che potrà rendere la loro giornata interessante perché ricca di “teaching” o sperimentazione di nuove tecniche anestetiche o noiosa perché lasciati a se stessi e negati di spiegazioni alle loro domande. Così sono ancora in prima linea, lì a rispondere a questa esigenza di sapere, migliorare e diventare autonomi che diventa la mia sfida quotidiana. Ogni giorno devo dimostrare di conoscere la medicina, devo dare agli specializzandi ragione del motivo per cui voglio “addormentare” il malato in un certo modo o perché voglio evitare certi farmaci. “Devo” insegnare oltre che praticare medicina… questo fa parte del mio lavoro così intrinsecamente che anche parte del mio bonus trimestrale dipenderà dalle valutazioni che i miei specializzandi daranno del mio operato. Questo sistema perciò mi “costringe” a continuare a studiare, aggiornarmi, essere aperto ad imparare quotidianamente cose nuove, vuoi dalla risposta che uno specializzando (il quale ha letto la più recente review sull’argomento la sera prima) darà ad una mia domanda, o da quello che fà e che ha impararato da un altro Attending. Non solo: ad aprile ho concluso finalmente l’esame per essere certificato “Esperto di Anestesia” dall’American Board of Anesthesiology. Questa certificazione, anche se non necessaria per praticare anestesia diventa ogni anno sempre più richiesta dai vari ospedali specialmente quelli universitari. L’esame, che consta di uno scritto ed un orale, non è stato per niente un passeggiata ma… ce l’ho fatta… sono finalmente alla fine della mia scalata… NO!! Fra dieci anni, se vorrò mantenere questo status, dovrò ripetere l’esame (fortunatamente solo lo scritto) e per potermi iscrivere dovrò dimostrare che in tutto questo tempo ho accumulato un certo numero di “ore” di formazione, partecipando a corsi, congressi, leggendo articoli e rispondendo a domando ad essi connesse… La formazione continua…